Le Vie della Parola 2022 _ Bologna


LE VIE DELLA PAROLA

RESISTENZA, RAGIONE, ICONICO, INNOVAZIONE

Le vie della parola è la rassegna promossa da CUBO Unipol in collaborazione con il Settore Biblioteche comunali e con Società editrice il Mulino nell’ambito del Patto per la Lettura di Bologna dedicata ai libri, a lettorə e a tuttə coloro che sono in cerca di strumenti per trovare nuove chiavi di lettura del presente che ci raccontino il nostro tempo in modo originale.

L’intento della quarta edizione è intraprendere un viaggio, non solo letterario, lungo la via percorsa da quattro parole chiave che mettono in luce aspetti del passato e del presente che ci consentono di tracciare una linea verso il futuro che vogliamo disegnare
Quattro incontri su quattro parole da scomporre e ricomporre, usate, abusate, trendy, che appaiono, scompaiono, parole chiave, parole passepartout.
Quattro occasioni per approfondire, raccontare, conoscere, riconoscere.

Ragione

Il 55°Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese evidenzia come le tante aspettative tradite nell’ultimo periodo di crisi sanitaria, economica e sociale abbiano generato il sonno della ragione, provocato una fuga nel pensiero magico e alimentato il negazionismo storico e scientifico.

L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale trovando spazio nel discorso pubblico, scalando classifiche di vendita dei libri, occupando le prime serate televisive. Le scienze sociali raccolgono la sfida di risvegliare la Ragione applicando modelli matematici e statistici alle questioni che questa modernità ci impone.

Link alla pagina fb

Iconico

L’aggettivo “iconico” – dal greco eikon, immagine – è sempre più utilizzato e ha finito per invadere ogni campo della lingua; ormai persino la parola “iconico” è divenuta iconica, un termine “di moda” per etichettare l’oggetto che si vuole indicare come rappresentativo di un insieme più ampio: un periodo, una cultura, luogo o corrente ma spesso banalizzando e semplificando.

In quella che viene definita “l’età dell’immagine” occorre invece riconoscere e riscoprire proprio la complessità degli elementi che emerge dalla lettura di un’immagine.

FACEBOOK
https://www.facebook.com/cubounipol


Busy Bragging – “gym-a-holic” 


Busy Bragging

Un meccanismo perverso, una assurdità

Quel che penso?

Tra zombie, lobotomizzati, analfabeti funzianali, bias cognitivi, testosterone militare, pensieri populisti…beh direi che le prospettive per una società migliore sono confortanti. (Da leggere con tragica ironia)

SIAMO SCHIAVI DELL’IDEA CHE PIÙ SIAMO IMPEGNATI E MENO CI RILASSIAMO, PIÙ VALIAMO COME PERSONE

Per ricostruire la storia del busy bragging, Schulte ha intervistato Ann Burnett, che studia gli effetti del linguaggio sulla realtà. Burnett ha dedotto che, dopo la metà del secolo scorso, è aumentato l’uso di parole che rimandano a un’idea di frenesia, di velocità, di assenza tempo, come se queste rappresentassero un segno identitario condiviso. “Le persone fanno a gara per essere occupate”, dice Burnett. “Se sei impegnato, sei importante. Stai conducendo una vita piena e degna”. Se essere indaffarati è una virtù, che aumenta il valore individuale, alcune persone hanno iniziato a fuggire dal cosiddetto ozio, oggi ritenuto come un’attività avvilente. Pare che non avere nulla da fare sia una delle più grandi paure degli ultimi decenni. Come sostiene lo scrittore e illustratore Tim Kreider nell’articolo The Busy Trap, “la frenesia serve come una sorta di rassicurazione esistenziale”.

https://thevision.com/attualita/busy-bragging/

Nel trattato La teoria della classe agiata del 1899 il sociologo Thorstein Veblen scriveva che “la palese astensione dal lavoro è il segnale convenzionale di uno status pecuniario superiore”, ma oggi la situazione sta in parte cambiando. Se lavorare tanto ed essere sempre indaffarati fa aumentare il nostro valore sociale, il fatto di poter disporre di molto tempo libero – pur continuando a essere, in certi casi, un lusso – è sintomatico dell’essere poco richiesti. “Gli status symbol tradizionali”, dice Bellezza, “dall’orologio di lusso alla barca, hanno il potere di farci sentire membri di un’élite, certo, ma sono pur sempre oggetti esterni. L’essere richiesti è legato più strettamente alla nostra individualità”. 

E ancora sull’ossessione del fitness

” Il rischio è essere fagocitati dalla rappresentazione di se stessi, e diventare in tutto e per tutto il proprio utente. Per quanto riguarda l’aspetto fisico, dunque, il tempo e il denaro che molti investono sui loro corpi spesso è mosso dal desiderio di alimentare il proprio avatar, lavorando sulla propria immagine non per trovare il proprio benessere fisico, ma per trasformarla in contenuto da mostrare ai propri follower. Inoltre, le donne – come aveva già riportato uni studio del Journal of Health Psychology risalente al 2008 – provano cattivo umore, depressione e ansia dopo soli 30 minuti di visione di riviste di fitness che promuovono un “ideale atletico”. I social, e Instagram in particolare, non hanno fatto altro che far aumentare esponenzialmente queste sensazioni.”

“Le conseguenze della fitness culture vanno oltre la semplice frustrazione: l’ultima revisione del DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) classifica l’esercizio fisico compulsivo tra i disturbi da dipendenza comportamentale.”


Didi Huberman – Fondazione Mast Bologna


George Didi-Huberman

La fotografia come strumento per il pensiero: dall’Archivio all’Atlante

Conferenza

Didi-Huberman ha, da sempre, tenuto insieme la questione estetica dell’immagine, cioè la sua qualità sensibile e legata a una fruizione dei sensi, con il valore epistemico di ogni apparato iconografico o iconologico. Se l’immagine ci riguarda è perché ci permette di entrare in relazione con la realtà; perché istituisce rapporti di forza o di debolezza con la verità del mondo. L’immagine è, in qualche modo, sintomo della vitalità nascosta del reale, del corpo sommerso della realtà. Studiare le immagini è un modo per comprendere il mondo. Non la totalità del mondo, non la Verità del mondo. L’immagine non dice mai tutta la verità.

Link

Atlanti e fantasmi

In che termini l’attenzione per l’iconologia degli intervalli, per la vista d’insieme come modello cognitivo, va a scapito di un approccio analitico? Una questione di metodo ma anche di geopolitica della storia dell’arte. Dal punto di vista anglofono, la montagna di pubblicazioni sulla questione o lo statuto delle immagini tipica della Francia (e, per emanazione, dell’Italia) suscita diverse perplessità. La loro pratica della storia dell’arte è segnata, al contrario, da una spiccata matter-of-factness, da un’attenzione frenetica per la produzione artistica. 

Link

Enagrammi

Sulla mostra Out of join


“Emanuele Coccia | L’io nella foresta | festivalfilosofia 2019”


Emanuele Coccia | L’io nella foresta | festivalfilosofia 2019

Le piante, sì. Foglie, fusti, radici, fiori. Le piante che inspirano ed espirano l’aria attorno, intanto rendendosene parte. Che “fanno mondo” immergendosi nel flusso del reale – e proprio in quell’immersione, Coccia argomenta, si trova la forma di mutuo rapporto più legittima, appropriata, consona alla realtà. Perché come le piante, noi anche siamo, esistiamo, respirando. Come loro, è respirando che ci rispettiamo l’un l’altro: mescolandoci, secondo sussulti di una continua osmosi che nondimeno preserva ciascuno lasciandogli margine di rimanere se stesso. Di questa solidarietà originaria, partecipazione a qualcosa di totalmente collettivo quanto assolutamente individuale, di questo principio (metafisico prima che esistenziale) mai davvero preso in considerazione dal pensiero occidentale, il libro racconta.

Link

La vita delle piante

Metafisica della mescolanza

L’io nella foresta

Abbiamo adorato dèi antropomorfi e fatto per millenni degli animali l’oggetto del nostro culto. Eppure la forza cosmogonica più importante sul nostro pianeta sono le piante: sono loro le nostre ultime divinità. Sono loro ad aver prodotto il mondo così come lo conosciamo e lo abitiamo. Sono loro a mantenerlo in vita. Attraverso la fotosintesi, hanno permesso di cambiare lo statuto della materia che ricopre la crosta terrestre, trasformandola in centro di accumulazione dell’energia solare. E soprattutto hanno trasformato irreversibilmente la nostra atmosfera. Non illudiamoci: lungi dall’essere un elemento qualunque del paesaggio terrestre, le piante cesellano e scolpiscono incessantemente il volto del nostro mondo.

La vita delle piante

Podcast Festival di filosofia

Libri


Acuti. Realtà e traiettorie urbane nella pandemia – Sindemia


Acuti – #SINDEMIA

La distanza, il suo rispetto, è divenuto il “gesto” sociale per eccellenza. La mancata rielaborazione di questa idea presenta dunque anche il rischio di un’abitudine verso una condizione di controllo degli ambienti urbani di cui Richard Sennett avverte la persistenza anche quando «avremo i mezzi medici per sopprimere la malattia». 

ll tema della distanza è quindi complesso, se non contraddittorio. Si pensi ai ritmi urbani che nelle sequenze temporali alternano il diradamento e la concentrazione, come nei trasporti. Si può abitare la distanza e mettersi in sicurezza, ma nel momento in cui ci si sposta necessariamente ci si raduna, e ci si assembra, in un mezzo di trasporto che fa della compressione spaziale la sua efficienza. La formula della città dei 15 minuti mentre si diffonde con crescente successo, porta con sé una sorta di progressivo confinamento nello spazio prossimo facendo venire meno uno dei caratteri essenziali della città: l’esplorazione dello spazio ignoto e non conosciuto, l’esperienza dell’imprevisto, dell’inconsueto. 

Prossimità e distanza in questo senso rimandano a questioni più ampie legate ai termini di locale e globale, che Bruno Latour tenta di risolvere ponendo il “terrestre” come terzo attrattore. Una figura che non esclude, nel suo ancoraggio ad una posizione localizzata spazialmente (prossima), aperture globali (distanti) che si trovano espresse nel modo di trascendere identità e confini nazionali. Tradotto in termini operativi, ciò ci riporta alle alternative culturali ma anche tecnologiche fin qui accennate, per governare la transizione della città, ma soprattutto delle sue menti, verso scenari di sostenibilità urbana e sociale.

Countryside è la ricerca di una dimensione originale dell’abitare, lontana dalle forme noiosamente familiari delle cities e alla ricerca di un senso nuovo del vivere e forse anche dell’urbano

SINDEMIA

La domanda è quindi questa: perché un’epidemia infettiva nel terzo millennio, in società così avanzate come le nostre, ha avuto un effetto talmente devastante? Dal tipo di risposta che sapremo dare a questa domanda risiede la possibilità di attrezzarci per rispondere in maniera adeguata a futuri attacchi di questo genere.

Link

Convegno

Negli anni novanta del secolo scorso, il medico e antropologo Merril Singer  specificava che: «Le sindemie sono la concentrazione e l’interazione deleteria di due o più malattie o altre condizioni di salute in una popolazione, soprattutto come conseguenza dell’ineguaglianza sociale e dell’esercizio ingiusto del potere».

Xenobot – robot biologici


#xenobot

https://youtu.be/aBYtBXaxsOw

https://www.punto-informatico.it/xenobot-ecco-i-primi-robot-che-si-riproducono/

Gli Xenobot sono dei #robot biologici, creati lo scorso anno partendo dalle cellule staminali di una rana (per la precisione Xenopus Laevis), larghi meno di 1 millimetro e in grado di fare cose “strabilianti” per le loro dimensioni e la loro natura, come muoversi autonomamente, collaborare in gruppi verso un obiettivo comune e ripararsi da soli.

Una delle cellule di rana manipolate per ottenere gli xenobot (Douglas Blackiston, Tufts University) 

“Possiamo immaginare molte applicazioni utili di questi robot viventi, precluse alle macchine convenzionali”, ha spiegato Michael Levin, direttore del Center for Regenerative and Developmental Biology della Tufts University, coautore dello studio. “Per esempio, possono cercare composti nocivi o contaminanti, raccogliere microplastiche negli oceani, percorrere i vasi sanguigni per ripulirli dalle placche aterosclerotiche”.

Link


Vito Mancuso – Non di solo pane vive l’uomo – MAST – Lectio Magistralis


Non di solo pane vive l’uomo – MAST

Vito Mancuso

Non di solo pane vive l’uomo

Libertà: Consapevolezza, Creatività, Responsabilità

Parte Finale

Noi siamo un essere impastato di tempo….

Uscita

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescentequanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di mee la legge morale dentro di me.» (Epitaffio di I. Kant, estratto dalla Critica della ragion pratica, Conclusione (Akademie Ausgabe V, 161.)


Le sei emozioni primarie (secondo Damasio)

PAURA, RABBIA, FELICITÀ, TRISTEZZA, SORPRESA E DISGUSTO

Link


Richard Mosse – DISPLACED


Richard Mosse – Displaced

Richard Mosse

In mostra sono esposte 77 fotografie di grande formato3 video installazioni immersive (The Enclave 40′, Incoming 52′ e Quick 13′) e un grande video wall a 16 canali (Grid, Moria 7′)

#richardmosse

Fin dal principio della sua ricerca, l’artista lavora sul tema della visibilità, sul modo in cui siamo abituati a vedere, pensare e intendere la realtà.

Le situazioni critiche e i luoghi di conflitto sono fotografati e filmati con l’utilizzo di tecnologie di derivazione militare, che stravolgono totalmente la rappresentazione fotografica, creando immagini che colpiscono per estetica, ma che al contempo suscitano una riflessione etica. Quando attraverso la bellezza, che l’artista definisce “lo strumento più affilato per far provare qualcosa alle persone”, si riesce a raccontare la sofferenza e la tragedia, “sorge un problema etico nella mente di chi guarda”, che si ritrova confuso, impressionato, disorientato. L’invisibile diventa visibile, in tutta la sua natura conflittuale.

Migrazione, Conflitto e Cambiamento Climatico

«La forza che contraddistingue l’arte risiede nella sua capacità di rendere visibili e formulabili cose che si negano alle possibilità del linguaggio».

Link

Finestre sull’Arte

Richard Mosse (1980, Kilkenny, Irlanda) è un fotografo che vive e lavora a New York. Dopo la Bachelor of Arts in Letteratura Inglese al King’s College (Londra, 2001), consegue un Master of Research in Studi Culturali (London Consortium, 2003), un diploma post-laurea in Belle Arti alla Goldsmiths (University of London, 2005) e un Master of Fine Art alla Yale School of Art (Yale University, New Haven, CT, 2008).

I primi lavori fotografici dell’artista risalgono al periodo universitario e sono ambientati in Medio Oriente, in Europa Orientale e al confine tra Stati Uniti e Messico, mostrano il suo interesse per gli effetti dei conflitti in zone di crisi.

Richard Mosse

Video installazione al Mast

Webinar – “Riflessioni a partire dal libro “Cerchi di capire, prof” di Giovanna Cosenza”


STEREOTIPI SULL’ETÀ, GENERAZIONI, INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE. RIFLESSIONI A PARTIRE DAL LIBRO “CERCHI DI CAPIRE, PROF”

#webinar #stereotipi #generazioni #educazione

Link

Fondazione Gramsci

Matilde Callari Galli, Vicepresidente Fondazione Gramsci Emilia-Romagna
Elena Luppi, Università di Bologna
Matilde Callari Galli, Vicepresidente Fondazione Gramsci Emilia-Romagna
Elena Luppi, Università di Bologna

In queste pagine Giovanna Cosenza, attingendo ai canali sempre aperti con i suoi studenti, dal blog alle conversazioni al supermercato, racconta incontri e storie che attraversano i grandi temi dell’esistenza: genitori, amicizie, amore, sogni, lavoro. Ne emerge la fotografia non di una, ma di più generazioni di ventenni cresciuti tra ripetute crisi economiche e ora una pandemia. Sono quelli che gli stereotipi mediatici hanno classificato impietosamente come “bamboccioni”, “sdraiati”, “apatici”, “choosy”, e che molti, oggi, concordano nel considerare privi di futuro. 

Leggi il resto della presentazione…


Webinar – Chi Siamo, chi Saremo – Laboratorio di Etica 2021


#Etica #Laboratori #webinar

Laboratorio di Etica 2021

CHI SIAMO, CHI SAREMO, #Webinar on line, su Elastica con Vito Mancuso e Ilaria Capua

Link

LABORATORIO DI ETICA 2021 – CHI SIAMO CHI SAREMO
CON ILARIA CAPUA E VITO MANCUSO
Presentazione generale

  1. Laboratorio
    Paragono la vita etica di ognuno di noi a un laboratorio. Un tempo il termine di paragone più adatto sarebbe stato la chiesa o l’aula scolastica, o anche la caserma, perché per secoli l’etica veniva elaborata in modo fortemente direttivo, finalizzando ogni assunto all’inquadramento dell’individuo in un’istituzione. Oggi la situazione è completamente diversa e per questo io penso che il tentativo di far corrispondere le nostre vite agli ideali etici sia paragonabile non più a un luogo dove si impartiscono ordini o lezioni, ma a un luogo dove si conducono esperimenti. A un laboratorio.
    Ovviamente gli esperimenti possono riuscire o fallire; anzi, di solito per ottenere un esperimento riuscito occorre realizzarne molti che falliscono, quindi non so se alla fine chi parteciperà avrà le idee più chiare o più confuse. Né, d’altra parte, è detto che una certa indeterminazione sia sempre un male; anzi, a volte essa può persino giovare nell’accostarsi con saggia moderazione ai casi complicati della vita. Quello che so è che il laboratorio è il luogo degli esperimenti e che gli esperimenti non si fanno tanto per farli ma per verificare una teoria. Sicché, se la pratica etica è analoga a un laboratorio, per poterla realizzare occorre essere in possesso di una teoria in quanto filosofia di vita o visione del mondo.
  2. Prima la teoria, poi il laboratorio
    Il fine dell’esperimento è verificare una teoria, sulla cui base vengono poi configurati i necessari strumenti tecnici. Così avviene per le acquisizioni scientifiche: prima la teoria, poi il laboratorio. Lo stesso deve valere per l’etica: prima la teoria, poi il laboratorio.
  3. Che cos’è una teoria
    Il termine teoria deriva dal greco antico e vuol dire “visione”, ha la stessa radice di teatro e lo stesso significato di idea, termine che a sua volta letteralmente significa “visione”. In particolare teoria significa “visione d’insieme”: vedo un dato, per esempio un essere umano; poi ne vedo un altro, per esempio un cranio di centomila anni fa; poi un altro ancora, per esempio lo scheletro di un ominide di un milione di anni fa; li collego cercando una spiegazione unitaria e ottengo una teoria, in questo caso la teoria dell’evoluzione.
    Dove nasce la teoria? Non nel laboratorio (configurato dopo, sulla base della teoria da verificare), ma nella mente. Prima di esporre la teoria nata nella mia mente, mi soffermo sul contesto contemporaneo.
  4. Il contesto in cui viviamo
    Viviamo in un mondo come quello occidentale che in prevalenza guarda con sospetto all’etica perché in esso hanno vinto al proposito quei pensatori che Ricoeur denominò “maestri del sospetto”, cioè Marx, Nietzsche e Freud, secondo i quali l’etica è una convezione per lo più negativa: per Marx, un sistema a tutela degli interessi del capitale e della borghesia; per Nietzsche, un trucco dei deboli per imbrigliare la potenza naturale dei forti; per Freud, un’invenzione repressiva del superego sociale rispetto alle vitali forze caotiche dell’ego.
    Per questo il nostro mondo per lo più non crede alla forza del bene che è la virtù, ma alla forza che conosce solo se stessa e che vuole solo imporsi esplicandosi come potere, fama, successo, ricchezza. I più vogliono raggiungere questi obiettivi a qualunque costo, perciò non esitano a prendersi gioco del bene chiamandolo buonismo e di chi lo privilegia chiamandolo buonista.
  5. La mia impostazione di fondo
    Io, al contrario, la penso come Socrate, Platone, Aristotele, come Marco Aurelio, come Confucio, come Spinoza, come Kant, come Hannah Arendt e Albert Schweitzer: che l’etica cioè non è solo una convenzione, ma esprime una struttura fondamentale dell’essere umano. Mi limito a un’affermazione di Spinoza, il quale, dopo aver detto che all’uomo niente e più utile dell’uomo e quindi auspicando l’unità tra gli esseri umani, continua: “Da questo segue che gli uomini che siano guidati dalla ragione, cioè quelli che ricercano il proprio utile con la guida della ragione, non bramino per sé niente che non desiderino anche per gli altri, e perciò sono giusti, onesti e fedeli” (Etica, IV, proposizione 18, scolio).
    Ecco, l’etica procede dal giusto uso della ragione. È il fine del ragionamento corretto. Per la sua pratica quindi non si tratta anzitutto di essere buoni, ma di non essere stupidi e ignoranti. L’etica promana dall’intelligenza che ricerca il suo vero utile.
  6. La mia teoria: fare il bene = intelligenza; non farlo = ignoranza
    Da qui la mia teoria: fare il bene equivale a essere intelligenti, non farlo equivale a essere meno intelligenti. Più cresce l’intelligenza, più cresce l’etica; e viceversa.
    La teoria si può declinare in vari modi, per esempio dicendo che la bontà è meglio della malvagità, l’onestà meglio della disonestà, la sincerità meglio della menzogna, la gentilezza meglio della rabbia, la correttezza meglio della corruzione. Sembrano ovvietà e forse in teoria lo sono, però nella pratica quotidiana dove spesso si incontrano malvagità, disonestà, menzogna, rabbia, corruzione, non lo sono per nulla.
    Beethoven la pensava allo stesso modo: “Raccomandate ai vostri figli di essere virtuosi; perché soltanto la virtù può rendere felici, non certo il denaro. Parlo per esperienza. È stata la virtù che mi ha sostenuto nella sofferenza. Io debbo a essa, oltre che alla mia arte, se non ho messo fine alla mia vita con il suicidio. State bene e amatevi” (lettera ai fratelli del 6 ottobre 1802).
    È fondata questa teoria? È sensato parlare di un’etica per vivere bene? Di un’etica per non ammalarsi o per guarire? Esiste veramente un potere igienico e terapeutico della virtù? E se sì, come si esercita in concreto? Rispondere a queste domande costituisce l’esperimento che intendo condurre.
  7. Programma e struttura di ogni incontro
    Per questa terza edizione del Laboratorio di Etica ho pensato di guardare in faccia la situazione di crisi che stiamo vivendo a causa della pandemia e quindi ho chiesto la collaborazione di Ilaria Capua. Suo compito sarà rendere presenti i problemi sollevati dalla situazione che stiamo vivendo al fine di evitare l’astrazione e rendere quanto mai concreta la discussione della teoria fondamentale.
    Il programma è suddiviso in quattro tappe:
    15 febbraio: HOMO SAPIENS, LA SUA IDENTITÀ
    1° marzo: L’UOMO E GLI ALTRI ABITANTI DEL PIANETA
    15 marzo: ANIMALI POLITICI: RELAZIONI E CONDIVISIONE
    29 marzo: E ADESSO?

Ogni tappa si configurerà secondo questo ritmo:

  • Ilaria Capua: Notizie dal fronte e interrogativi
  • Vito Mancuso: Lezione
  • Capua-Mancuso: dibattito
  • Qualche domanda dal pubblico

Alcuni fotogrammi