L’AMORE OSPITALE, BEATRICE BALSAMO


L’AMORE OSPITALE

BEATRICE BALSAMO

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I seguenti appunti sono stati presi da me, durante l’incontro, sono dunque fedeli al mio sentire e conoscere, saper filtrare e narrare, non corrispondono a nessuna traccia audio e dunque sono riferibili solo al limite del mio aver colto…

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10, 11,12 GIUGNO MENS-A

PARLA della settimana IN TRENTINO, Kehre(svolte) una settimana migliorativa, di ossigenare la mente e riflettere non sugli averi, ma sull’essere,si lavora anche sulla metafora del castello(eclettico).

Legge i Complessi familiari di Lacan… sublimazione (parla di Enzo Bianchi, religioso)

Svolte che producono atti nuovi, rinnovamenti mentali, sul nostro agire. Interessarsi alla vita buona. Non è una situazione legata agli avviluppi mentali.Sollecitudine alla risposta, che per alcuni sono godimenti, senza nobilitarsi, perchè non comprendo lo sforzo della semina del colloquiare.

Sentire e pensare devono essere uniti( heiddeger)
Un’analisi è un essere colpiti(Lacan)

Cos’è una relazione ospitale?, sollecitudine, ogni atto è un atto di senso o non senso.
Castello Tunes, film sul concetto di svolta

Mito di Orfeo, l’archè del sentire, spedizione degli argonauti, era la sua voce che calmava i membri dell’equipaggio e i flutti. La sua parola spegne il canto delle sirene…placa

La parola viva NON è una parola di seduzione, ma di guida.
Orfeo, sposa Euridice (Virgilio) un certo tipo di parola agisce sulla pulsione, le pietre di Sisifo(coazione a ripetere) godimento dello ripetizione, pulsione di morte.
Comprendere cosa è la costanza di una parola, interrompo la parola, perchè dubito…e riconsegno Euridice alla morte….poi viene portato ai Campi Elisi per consolare con le parole, è un mediatore alla beatitudine, alla vita…io ripeto le lacerazioni del passato, tema della Fede e della Fiducia che vince la Resistenza.

Andare verso la vita, non è essere isolato, il vivente è un andare verso e essere per. Se non esiste parola senza risposta, la risposta è l’accadimento. L’analista è l’inconscio del paziente.
Empatia, forma del pensiero che pensa con il cuore…vedi Recalcati dico io.
L’empatia è una attenzione ricettiva…. È un sentire (seminario XVII) che l’altro non sente, risentendo i punti del sentire ridanno interpretazione alla nostra storia…heiddeger…essere è aver da essere, non è statico, è un alimento al futuro, non al passato, ciò che ancora deve avvenire.

Ascolto, essere è un poter essere, vedi Lacan il padre dell’uomo è la parola (il simbolico) la pulsione è un eccedenza… Nei disturbi gravi manca il simbolico del paterno.

Se le risposte sono incongrue( della madre), io non imparo la parola…io la parola la imparo in basa alla risposta dell’altro, distinzione tra parola vuota e parola piena(realizzazione simboloca del soggetto)
La vuota è la parola dell’io…le parole sono vive se c’è il cuore…il narcisista è doppio, cialtroniero,
La parola vuota è un eccesso di IO, di ego

Necessario animare i punti apicali, sganciare l’inconscio dalla dimensione dell’istinto….storicizzare l’essere del soggetto…potere del simbolico, dissoluzione dell’immaginario. Realizzazione psicanalitica del soggetto…RETROAZIONE
Ristrutturazione, riparazione dell’evento, significare l’evento…
Bisogna essere lavorati da ciò che dicono….

Narcisismo avviluppo, contro l’altro….contro desiderio
Padre, con un nome…simbiosi, spinta confusiva il padre è una parola incarnata
Il padre è una guida, ti porta fuori, è una guida fuori dal narcisismo. Rimanare legati alla specchiazione è un narcisismo. (La Balsamo parla del padre dicendo ometto, sempre)
(Essere il fallo della madre…tu sei la madre, discorso sulla differenza di genere. Dice di non entrarci dentro)
Se il bimbo è una X non sa amare…in assenza dell’ordine del padre…bisogna rompere la gabbia speculare, mancanza dell’ordine del padre
La parola generativa è una risonanza affettiva, parola generativa, come ordine del padre. Nella fase dello specchio, io non cerco l’Altro, ma l’immedesimazione….e vado in frammentazione, senza l’ascolto dell’Altro….lo spappolamento diventa un inganno, anche delle cellule( bisogna lavorare sull’essere) e lo spirito penso io?

Pensieri:Quello che riguarda l’essere spirituale, “l’alto” per me è esoterico, il discorso “corporeo” di tecnica è “basso”, completezza nel duale opposto…Tavola Smeraldina…Rêverie..

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Appunti su L’Amore Ospitale

http://www.psicologiadellenarrazioni.it

http://www.recensionifilosofiche.info/2012/06/cusano-nicoletta-capire-severino-la.html

 

L’Atlantide di Benoit


Si può costringere solo chi vuole essere costretto

Poster (litografia) di Manuel Orazi del film francese L’Atlantide del 1921 di Jacques Feyder tratto dal romanzo di Benoit. Con Stacia Napierkowska (la regina Antinea)

http://it.wikipedia.org/wiki/L%27Atlantide_(romanzo)

 […]Fantasie, forse; immaginazioni di un cervello eccitato e di un occhio turbato dai miraggi. Di certo un giorno rileggerò queste pagine con un sorriso di imbarazzata pietà, il sorriso del cinquantenne che rilegge vecchie lettere d’amore. Fantasie, immaginazioni. Ma queste fantasie, queste immaginazioni mi sono care. […] pag.12 LETTERA PRELIMINARE

[…] Per tutto il tempo che durò il diluvio, uno, due ore forse, Morhange e io restammo, senza dire una parola, chini su quella fantastica inondazione, ansiosi di vedere, di vedere sempre, di vedere ad ogni costo, compiacendoci, con una specie di ineffabile orrore, nel sentir oscillare sotto i colpi d’ariete dell’acqua lo zoccolo di basalto sul quale ci eravamo rifugiati. Credo che neppure per un momento, tant’era bello, desiderammo la fine di quel grandioso incubo.[…]pag.55 L’ISCRIZIONE

[…]Mi fregai gli occhi, volsi attorno lo sguardo e subito afferrai la mano del mio compagno. “Morhange”, supplicai, “ditemi che stiamo sognando.” Ci trovammo in una sala rotonda, con un diametro di circa cinquanta piedi, alta quasi altrettanto, illuminata da un immensa finestra, aperta su un cielo azzurro cupo. Le rondini passavano e ripassavano con strida rapide e gioiose. Il pavimento, le pareti e la volta erano d’una specie di marmo venato simile al porfido, rivestiti di piastre d’uno strano metallo, più pallido dell’oro, più scuro dell’argento, su cui passavano in quel momento i vapori dell’aria mattutina che entrava a profusione dalla finestra spalancata. Mi diressi barcollando verso la finestra, attratto dalla frescura dell’aria, dalla luce dissolvitrice dei sogni, e appoggiai i gomiti alla balaustra senza poter trattenere un grido di ammirazione. Mi trovavo su una specie di verone, tagliato nel fianco d’una montagna, a strapiombo sul vuoto. Sopra di me, l’azzurro; sotto, circondato da ogni parte da picchi che formavano una cerchia ininterrotta e inviolabile, mi appariva un vero e proprio paradiso terrestre, un giardino in cui i palmizi dondolavano mollemente le loro grandi foglie, e ai cui piedi crescevano tutti i piccoli alberi che essi proteggono nelle oasi: mandorli, cedri, aranci, e altri, molti altri, di cui da quell’altezza non discernevo la specie…Un ampio ruscello azzurro, alimentato da una cascata, sfociava in un incantevole lago, alle cui acque l’altitudine dava una meravigliosa trasparenza. Grandi uccelli volavano in circolo in quel pozzo verdeggiante; sul lago spiccava la macchia rossa di un fenicottero. Quanto alle montagne che levavano tutt’attorno le loro alte cime, esse erano tutte coperte di neve. Il ruscello azzurro, le verdi palme, i frutti d’oro e per di più quella neve miracolosa, tutto, in quell’aria che pareva immateriale tant’era fluida, tutto concorreva a formare qualche cosa di così puro, di così bello, che la mia povera forza d’uomo non potè più a lungo sopportarne la vista. Appoggiai la fronte sulla balaustra, ovattata anch’essa di quella neve divina, e mi misi a piangere come un bambino.[…]pag.79 IL RISVEGLIO NELL’HOGGAR                                     

Maledetto per sempre il vano sognatore,

Che volle per il primo, preda a stupidità,

Facendo suo un assurdo e sterile problema,

Alla cose d’amore mescola l’onestà.

Baudelaire, pag. 119

[…]Non parlate finché non l’abbiate veduta. Da quel momento per lei rinnegherete tutto.[…]Onta a colui che svela il segreto dei suoi amori![…]Queste cose le racconto per me stessa, per non scordare. […]

Pierre Benoit “L’Atlantide” Sonzogno 1974

.......................

Zeus non potrebbe sciogliere le reti

di pietra che mi stringono. Ho scordato

gli uomini che fui; seguo l’odiato

sentiero di monotone pareti

ch’è il mio destino. Dritte gallerie

che si curvano in circoli segreti,

passati che sian gli anni. Parapetti

in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe.

Nella pallida polvere decifro

orme temute. L’aria m’ha recato

nei concavi crepuscoli un bramito

o l’eco d’un bramito desolato.

Nell’ombra un Altro so, di cui la sorte

è stancare le lunghe solitudini

che intessono e disfano questo Ade

e bramare il mio sangue, la mia morte.

Ciascuno cerca l’altro. Fosse almeno

questo ultimo giorno dell’attesa.

………..

Non ci sarà sortita. Tu sei dentro.

e la fortezza è pari all’universo

dove non è diritto né rovescio

né muro esterno né segreto centro.

non sperare che l’aspro tuo cammino

che ciecamente si biforca in due,

che ciecamente si biforca in due,

abbia fine. E’ di ferro il tuo destino,

così il giudice. Non attender l’urto

del toro umano la cui strana forma

plurima colma d’orrore il groviglio

dell’infinita pietra che si intreccia.

Non esiste. Non aspettarti nulla.

Neanche nel nero annotare la fiera.

Il Labirinto pag. 37, Il Labirinto pag. 39 da Elogio dell’Ombra 1971 Jorge Luis Borges …ad ogni contatto con il labirinto borgesiano, sentiamo l’imminenza di una rivelazione…per poi perderla e ritrovarla….

Il vecchio Rovere


15 Ottobre 2011
Il  Rovere
Il vecchio rovere; la sua ferita, le viscere, il suo cuore: l’edera eroica, come vene aggrappate alla linfa della vita!
5 Settembre 1910

Ieri vagavo per la montagna conversando silenziosamente con gli alberi, ma è inutile che io fugga dagli uomini: li incontro ovunque; i miei alberi sono alberi umani. E non solo perché sono stati piantati e curati dagli uomini, ma anche per qualche cosa di più. Tutti questi alberi sono alberi addomesticati e domestici.

Sono diventato amico di un vecchio rovere. Se lo vedessi, Filippo, se lo vedessi! Che eroe! Dev’essere molto vecchio! Ed è in parte morto. Pensa, morto in parte, non morto completamente.

Ha una profonda ferita che lascia vedere le sue viscere allo scoperto. E queste viscere sono vuote.

Mostra il cuore. Ma sappiamo, per le nostre sommarie nozioni di botanica, che il suo vero cuore  non è questo; la linfa circola fra l’alburno del legno e la corteccia.

Però, come mi ha impressionato quell’ampia ferita con le sue labbra tondeggianti! L’aria vi entra e ventila l’interno del rovere dove, se sopraggiungesse una tormenta, potrebbe rifugiarsi un viandante, o dove potrebbe dimorare un anacoreta od un Diogene della selva. Però la linfa corre tra la corteccia ed il legno e dona il succo della vita alle foglie che verdeggiano al sole:

verdeggiano fino a quando, gialle ed arse, turbineranno e si affolleranno al suolo, e marcite ai piedi del vecchio eroe del bosco, fra le forti braccia delle radici, formeranno il mantello nutriente

che alimenterà le nuove foglie della futura primavera. E se tu vedessi le braccia delle sue radici che immergono migliaia di dita sotto la terra!Braccia che afferrano la terra come gli alti rami afferrano il cielo.

Passato l’autunno, il vecchio rovere rimarrà nudo e silenzioso, penserai tu; ed invece no, perché lo abbraccia un’edera anch’essa eroica. Fra i più superficiali ceppi delle radici e sul tronco del rovere,sono evidenti le robuste vene dell’edera che si arrampica sul vecchio albero e lo riveste con le sue foglie d’un verde brillante e perenne. E quando le foglie del rovere si saranno lasciate cadere a terra, il vento sussurrerà canti invernali fra le foglie dell’edera.

Ed anche se morto, il rovere verdeggerà al sole, e forse uno sciame di api costruirà l’alveare in quell’ampia ferita del suo seno.

Non so per quale ragione, mio caro Filippo, mi pare che questo vecchio rovere cominci a farmi riconciliare con l’umanità. Inoltre perché non dovrei confessartelo? Da molto tempo non sento una stupidaggine!

E così, infine, non si può vivere. Ho timore che mi lascerò vincere.

pagg.450, 451 da Il Romanzo del Signor Sandalio, Miguel De Unamuno, “Romanzi e Drammi ” Ed.Casini 1964

Natura e Luoghi, presenze costanti delle nostre quinte d’essere quotidiane; a ricordarci l’equilibrio instabile della vita e della morte.


Essere Sopravvissuti – riApparire


[…]che se il divenire del mondo è inteso come l’annientamento delle cose, allora il divenire non appare: l’apparire del mondo (l’“esperienza”) non smentisce il discorso affermante l’eternità del tutto; e dunque se in questa affermazione si volesse per forza trovare la follia, essa andrebbe cercata altrove che nella presunta contraddizione tra questa affermazione e ciò che resta attestato dall’apparire del mondo.

Intanto, se il divenire non appare come annientamento, ma come l’entrare e l’uscire delle cose dal cerchio dell’apparire, allora l’affermazione dell’eternità del tutto stabilisce la sorte di ciò che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo il tramonto.

Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che la disperde sono eterni astri dell’essere che si succedono nel cerchio dell’apparire, ma anche tutte le fasi dell’albero che, “nella valle ove fresca era la fonte / ed il giovane verde dei cespugli / giocava al fianco delle calme rocce / e l’etere tra i rami traluceva / e quando intorno i fiori traboccavano” (Hölderlin), hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.

Quando gli astri dell’essere escono dal cerchio dell’apparire, il destino della verità li ha già raggiunti e impedisce loro di diventare niente.

Appunto per questo essi – tutti – possono ritornare.[…]

Essere Sopravvissuti

…chiunque sia sopravvissuto non vuole stare solo!

Sopravvissuto ad una sentenza, ad un destino avverso, ad una irredimibile scelta di vita. Chiunque sia sopravvissuto si confessa, ogni volta, tutto d’un fiato, c

ome se fosse l’ultima possibilità…perché ogni volta è l’unica possibilità..

…l’ascolto non si deve mai negare!..

…queste parole sono emerse all’improvviso, le ho riconosciute subito come mie,

come lo specchio dove mi sono sempre riflessa;la fonte.

Forse la loro risalita, dall’abisso delle mie emozioni è stata lenta,

come se necessitassero di decompressione, per poi “apparire” all’improvviso per essere “viste”.

Sicuramente appartengono al mio tempo trascorso, rivestono tutti i brandelli del mio corpo,

come l’ascolto;

e Essere sopravvissuti ha implicato saper morire..

“Angoscia”

[…] Ma c’è una mollezza dell’atmosfera che, quanto l’afa o la bufera, rende sensuali, esiste un equilibrio ben temperato della felicità che è più stimolante dell’infelicità medesima e che, a molte donne – proprio perché esse non conoscono rinunce – diviene fatale al pari di una costante insoddisfazione, priva di prospettive di appagamento. La sazietà eccita non meno della fame, e l’assenza di rischi, anzi, la sicurezza della sua vita, aveva destato in lei la curiosità per l’avventura. […]

[…] La stravaganza dell’abbigliamento, l’aspetto zingaresco dell’alloggio, la precarietà dell’esistenza finanziaria, oscillante tra sperpero e difficoltà, riuscivano antipatici alla sua sensibilità borghese; come la maggior parte delle donne voleva che l’artista fosse molto romantico in lontananza e urbano nel rapporto personale, in definitiva uno stupendo animale dietro le sbarre ferree della morale. […]Era una di quelle donne, non rare neppure tra le cocottes e le sedicenti ragazze allegre, nelle quali la coscienza borghese è così forte che portano ordine persino nell’adulterio e una sorta di spirito casalingo nella scostumatezza, insomma indossano la maschera della pazienza e cercano di consumare addirittura il sentimento più strano, finché anch’esso rientra nella quotidianeità. Dopo poche settimane, infatti, aveva già inserito accuratamente il giovane amante nella sua vita: come ai suoceri, gli destinò un giorno alla settimana senza rinunciare all’antico ordine a causa della nuova relazione: semplicemente non fece altro che aggiungere, in un certo qual modo, alla sua vita un altro impegno. […]

pag.18,21,22 “Angoscia” di Stefan Zweig

Dissacratorio, Simbolico, Culto delle Vestali: il Fuoco – La Vita Interiore di Alberto Moravia


Da: La Vita Interiore di Alberto Moravia
Dialogo tra il mio Io e la mia Voce: 
Io: Che cos’è il Desiderio? 
Voce: Sono proprio io, Voce, il Desiderio, sono il linguaggio dell’Inconscio, sono la mancanza…Quello che non potrai mai possedere…. 
Ho tentato, attraverso gli anni, varie volte di leggere questo libro, e non ho mai mancato di interromperne bruscamente la lettura. C’erano sempre validissimi motivi per farlo, voci di rinuncia. Ora l’ho letto tutto d’un fiato, quasi in apnea, mi sono concessa questo amplesso di lettura, me lo meritavo, probabilmente; con dedica. 
Lo trovo illuminante e mai volgare e nemmeno forzatamente irriverente, offensivo, come per il gusto del tempo, figlio del momento storico nel quale è circoscritto, carico di speme per i lunghi sette anni di gestazione. Non ne vedo la natura propriamente eversiva, ne la matrice di incitamento rivoluzionario, continuo fervore dissacratorio che indubbiamente si insinua in tutte le pagine, come un profumo che lascia la sua traccia continua delicata e seduttiva. Un libro di “Atti di Adorazione”, un testo “estetico”, un operazione simbolica, un fuoco, il mito di Danae che si allontana, la devozione per L’origine del mondo di Courbet, i fotogrammi rubati di Tanizaki e tanto altro.
“Secondo Lacan sul piano simbolico, dove s’inscrive la dinamica della coazione a ripetere, della memoria e del passaggio al linguaggio, avrebbe luogo una costante dialettica tra bisogno e desiderio che, ripetendo allucinatoriamente l’esperienza passata, ritrova l’oggetto perduto sul piano fantasmatico e ricerca una realizzazione. 
La dinamica del desiderio è guidata dalla “logica della mancanza” che si manifesta sia in modo negativo sul registro del “reale” (come compromesso nel sintomo) sia in modo positivo sul “registro” immaginario (per esempio nel sogno). 
Lacan colse dietro il “registro” dell’immaginario il sottostante “registro” del simbolico, dominato dal linguaggio e nel quale si svolge la dialettica fondamentale della “domanda”, ossia della richiesta rivolta all’Altro. 
Mentre il bisogno necessita di un oggetto della natura, la domanda è sempre rivolta all’Altro da noi che riconferma noi, l’Altro è il Soggetto. La domanda, dunque, esige il riconoscimento dell’Altro e il desiderio, dominato dalla logica della mancanza, nasce dallo scarto tra bisogno e domanda. 
La scoperta del registro simbolico dimostra per Lacan che la dinamica pulsionale dell’inconscio segue leggi di tipo strutturale simili a quelle poste in evidenza da F. de Saussure per la linguistica e da C. Lévi-Strauss per l’antropologia.”
Il sacrilegio: “La Voce voleva che agissi, non che prendessi coscienza. Secondo lei, la coscienza non doveva venire prima dell’azione, ma dopo.” pag. 135
[…] 
Io: Cosa hai capito? 
Desideria: Ho capito che lui gemeva come chi si trova esposto al freddo, alla paura, allo sconforto e alla solitudine e bussa ad una porta e non gli viene aperto. Lui voleva penetrare dentro di me, non già alla maniera dell’amante, ma come penetrerebbe o meglio rientrerebbe, se questo fosse possibile, un infante appena nato che si rifiutasse di vivere e volesse tornare di nuovo dentro il ventre materno e regredirvi a ritroso, per tutta la serie di trasformazioni attraverso le quali è passato prima di nascere, fino a ridiventare embrione, germe, nulla. Come ho già detto questo significato mi è balenato quando, dopo aver urtato con la fronte contro il mio pube, proprio come chi bussa, frenetico, contro una porta che rimane chiusa, ha cominciato a gemere. Infatti non era davvero un gemito di piacere, sia pure indiretto e mediato ma un lamento di funebre nostalgia, di struggente aspirazione. 
Io: Nostalgia, aspirazione a che cosa? 
Desideria: Nostalgia del tempo in cui non era stato ancora espulso dal ventre materno, aspirazione a rientrarvi. 
[…] Lui sapeva benissimo che era impossibile regredire al nulla prenatale; ma ho sentito con precisione che, pur essendo consapevole di questa impossibilità, nutriva la folle speranza che il miracolo d’improvviso sarebbe avvenuto: improvvisamente il mio sesso si sarebbe aperto abbastanza per permettergli di introdursi nel mio ventre e lui vi avrebbe fatto a ritroso, per trasformazioni successive, verso il buio e il nulla, lo stesso cammino che aveva seguito per venire alla luce. 
Io: Un’interpretazione insolita dell’amore orale. 
Desideria: Un’interpretazione confermata da quello che succede adesso. […] 
Pagg. 224, 225
[…] la Zambrano elabora un antropologia secondo la quale l’uomo possiede una chiara coscienza della propria finitezza, che alimenta in lui nostalgia e speranza a un tempo: è per questo che il futuro dell’uomo (la speranza) coincide con una sua rinascita (la nostalgia), realtà, queste, che hanno la loro sede naturale nel cuore di ciascun essere umano. Afferma a questo proposito ancora Maria Teresa Russo: “di fronte al ‘cogito’, cifra dell’umanesimo cartesiano, Zambrano oppone il cuore, categoria dichiaratamente agostiniana. Proprio a sant’Agostino la pensatrice si riconduce esplicitamente, quando tratta della necessità che il cuore si ricomponga, che riconquisti la perduta armonia con la ragione. È un cuore – prosegue la Russo – che ha bisogno, contemporaneamente di ritrovarsi nella confessione e di esprimersi nella compassione”. Non casualmente la Zambrano ha dedicato uno dei suoi scritti più notevoli proprio al tema della confessione, intesa come possibilità di ricostruire la propria identità attraverso il raccontarsi a un interlocutore privilegiato: a questo riguardo si possono leggere cose molto interessanti nel volumetto Antigone e il sapere femminile dell’anima, curato da Maria Inversi per le Edizioni Lavoro, nel quale si trova questa bella suggestione: “la confessione – secondo Zambrano – è dunque un metodo per trovare questo chi, il soggetto a cui accadono le cose, e in quanto soggetto, colui che resta al di sopra, libero da quanto gli accade” […]
“Si dimenticherà sempre la lacerazione e il patimento dell’Aurora, il suo parto, se non si tiene conto della Notte, se la si vede unicamente come l’annuncio del giorno” 
“Sono i sogni che presiedono il destino, che lo contengono dichiarandolo e celandolo al tempo stesso. E che sono al di là del desiderio e della speranza.” – Pag.88 
e ancora da http://www.anobii.com/marinaf/books: (grazie perché mi hai preso per mano) 
“Come se avessimo dormito, qualcosa del sogno sopravvive in noi, e il sole ha un torpore che riscalda la superficie immobile dei sensi. E’ un’ubriachezza di non esser niente, e la volontà è un secchio che viene rovesciato nel cortile da un movimento indolente di un piede che passa…..(…..)” 21-4-1930 Fernando Pessoa
Critica Letteraria su Moravia:
La tragedia di Antigone, tra natura e cultura

Il Golem di Gustav Meirink, 1915 – Osiride, La Lepre e L’Ermafrodito


…e la vita del giorno divenne sogno

Il golem (di Gustav Meyrink) from Yodosan on Vimeo.

III.
“Se così era, veniva la a figurare rovesciata sul retro della pagina?
Voltai la pagina e trovai conferma alla mia supposizione.
Involontariamente andai leggendo anche questa pagina sino in fondo, e così quella di fronte.
E continuai, continuai senza fermarmi.
Mi parlava, quel libro, come parla il sogno, ma più chiaramente, molto più perspicuamente del sogno. Arrivava a toccarmi il cuore, come un implorazione.
Le parole fluivano da una bocca invisibile, prendevano vita, arrivavano sino a me. Si giravano, volteggiavano davanti ai miei occhi come schiave dalle vesti variopinte, sprofondavano poi nel pavimento dissolvendosi simili a vapore iridescente nell’aria, facendo luogo a quelle che seguivano. Sperava ognuna per un attimo che avrei scelto lei, rinunciando alla compagna che già l’incalzava.
Talune stavano fra loro, incedendo sfarzose come pavoni, ammantate in vesti scintillanti, il passo lento e misurato.
Altre ancora erano come regine, ma invecchiate e segnate dalla vita, le palpebre grevi di bistro, con segni meretrici tutt’attorno alla bocca, e le rughe sepolte sotto un orrendo belletto.
Le guardavo passare, lo sguardo mi scivolava sulle lunghe sequenze di grigie figure dai volti così comuni e inespressivi, che mi pareva impossibile imprimerle nella memoria. […] Pag.15
[…] Non era più un libro, questo che mi parlava. Era una voce. Una voce che da me voleva qualcosa, che non comprendevo, per quanti sforzi facessi. Che mi torturava con domande struggenti, incomprensibili. […]


Il Bagatto…[…] – Ogni domanda che un uomo possa fare ha già la sua risposta nell’istante medesimo in cui l’abbia posta al suo spirito…L’intera vita altro non è che una serie di domande divenute forme, che hanno in sè il germe della risposta, e di risposte gravide di domande…[…] Pag. 97 Cap.X Luce

[…]E come il Bagatto è la prima carta del gioco, così l’uomo è la prima figura nel suo proprio libro di immagini, il suo doppio: la lettera ebraica aleph che, costruita secondo le forme dell’uomo, con una mano indica verso il cieloe con l’altra il basso; ciò significa, così come è sopra è anche sotto, così come è sotto è anche sopra…[…]Pagg. 98\99 Cap.X Luce

[…] Mi ha detto una volta mio padre che ci sono due aspetti della Cabala: uno magico e uno astratto, che non è mai possibile far coincidere. Quello magico, certo, potrebbe risolvere in se stesso quello astratto, ma mai, in nessun caso, potrebbe avvenire l’inverso. L’aspetto magico è un dono, l’altro invece può essere acquisito, per quanto solo con l’ausilio di una guida. _ Ritornò all’argomento iniziale: – il dono è ciò a cui anelo; quel che posso ottenere lottando è per me indifferente e privo di valore, come polvere. Se solo penso che potrebbe venire un epoca in cui dovessi vivere senza questi miracoli…[…] Pag.145


[…] In particolare l’appeso: che cosa mai poteva significare?
Un uomo è sospeso a una corda tra cielo e terra, la testa in giù, le braccia legate dietro la schiena, la gamba destra incrociata sulla coscia sinistra, sì da configurare una croce su un triangolo capovolto. Incomprensibile simbolo. Pag.144 Cap. XIV Donna

Una cosa sola avevo stabilmente acquisito: che l’insieme e la successione delle cose date che costituiscono di fatto la nostra vita è un vicolo cieco, per vasto e accessibile che possa a prima vista sembrare. Sono gli angusti e occulti sentieri a ricondurci nella patria perduta: ciò che con fine, quasi invisibile scrittura sta inciso nel nostro corpo e non l’orribile cicatrice che vi lascia la raspa dell’esteriorità della vita, nasconde la soluzione degli ultimi segreti. Pag.67 Cap. VII Il Risveglio

Borges, caro Borges:

“Senza riflettere a quel che facevo, ritornai nell’atelier di Savioli e afferrai l’anello della botola, finché mi riusci di sollevarla.
Per qualche istante, nient’altro che oscurità.
Poi vidi: stretti, ripidi gradini precipitavano nel buio fitto. Presi a scenderli.
Per un po’ andai tastando con le mani lungo i muri, ma il percorso sembrava senza fine: nicchie umide di muffa e tanfo – giravolte, angoli, cantoni – corridoi che s’aprivano diritti a destra e a sinistra, resti di una vecchia porta di legno, ramificazioni, e poi ancora gradini, gradini, gradini verso l’alto e verso il basso. D’appertutto un soffocante odore di terra putrida.
Non un filo di luce.Pag.84 Cap. IX Spettri 
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Gustav_Meyrink


Borges da “Testi Prigionieri”
29 aprile 1938
Biografia Sintetica
Gustav Meyrink

[…] Il Golem è un romanzo fantastico. Novalis auspicava . Comporre narrazioni simili è tanto facile quanto è impossibile
comporle in modo che non siano illegibili. Il Golem – incredibilmente- è onirico e tutt’altro che illeggibile.
E’ la storia vertiginosa di un sogno. Nei primi capitoli (i migliori) lo stile è mirabilmente visivo:
negli ultimi si moltiplicano i miracoli da romanzo d’appendice, l’influenza di Baedeker è più forte di
Edgard Allan Poe, …Non so se il Golem sia un libro importante; so che è un libro unico. […]
pag.221\222

Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino


Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino
“La preghiera!”- proruppi. “Il tuo covile caldo, il portone per ripararti quando cambia il vento! Mi ripugna codesto Dio da indossare come una maglia sopra le nostre pleure di cartavelina. A me è sempre piaciuto bagnarmi.”
«William Powell, lui, un losco galante che la sedia elettrica attende alla fine della traversata, e a cui gli sbirri di scorta consentono benevolmente di passeggiare senza manette; Kay Francis, lei spacciata dai medici, che ogni sera indossa una pelliccia più bella. S’incontrano, e ognuno sa della condanna dell’altro, ma finge di non saperlo. E ballano insieme in un grande salone deserto, e si dicono parole sotto la luna… Facili lacrime di ragazzo, altera tenera Kay! Chi avrebbe mai pensato che dovesse mai toccarmi a mia volta, all’ombra degli stessi umidi salici, di danzare una stessa tresca d’amore e di morte, su un motivo di fiacca pianola?».
“O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi…da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi ( degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme). […]
[…] “Oppure si finiva nel quartiere del porto, a cercarsene una qualunque, ma di carne, vera. Bisognava pure ogni tanto, era anche il consiglio del Gran Magro. Bastavano già quei pochi scalini a stremarmi, e l’anchilosi del braccio attorno alla vita di lei. Chi riusciva poi a muoversi come si deve, con la magra dote d’ossigeno che mi restava. E allora, ti pago un extra, fa’ tu…Sentivo il suo corpo ricciuto e pieno di nei ingigantirmi addosso, penetravo in lei col suo aiuto, accompagnando con avari sussulti i suoi, misericordiosi ed esatti, finché si sciogliesse in pioggia di fuoco e di miele in fondo al suo ventre la nube cieca che mi gonfiava le tempie. Più tardi, sopra la coperta militare distesa a riparo della dubbia lindura del letto, mentre lei si lavava senza dolcezza in un angolo, e una tardiva goccia di seme mi correva stancamente per l’inguine, mi piaceva giacere ancora un poco, dissanguato e deserto come un ucciso, con gli occhi fissi al soffitto, a decifrarvi, in una screpolatura o salnitro dell’intonaco, le imboscate future della mia sorte.
Al mio ritorno avrei raccontato tutto ai compagni, seduti a mucchio sopra la stessa branda, avrei risposto ridendo alle loro domande da studenti, mentito anche un poco, forse. Avrei detto: […]
“Tema della memoria e del sogno, con confini incerti fra l’una e l’altro: è l’attacco del libro, ed è come premere a caso un bottone nella macchina del ricordo. D’altronde l’ospedale non è solo carcere, clausura monastica, rocca assediata, ma soprattutto luogo di incantesimo: allo stesso modo i malati, oltre che asceti, galeotti, difensori assediati, sono eroi affatturati, fra i quali potrebbe ambulare fraternamente il Sigismondo di Calderon. Il libro comincia con un sogno. E se tutto fosse un sogno? Ogni ricordo, in fondo, è una favola…”
Gesualdo Bufalino “Diceria dell’Untore – Istruzioni per l’uso – Museo D’ombre” ed. C.D.E. 1982
“Certo oscilla fra contrattempi e incastri senza numero il gioc’a tombola della nostra vita. Non si conosce mai chi si vuole, ma chi si deve o chi capita, secondo che una mano sleale ci rimescoli, accozzi o sparigli, disponendo o cassando a suo grado gli appuntamenti sui canovacci dei suoi millenni”

Le Orme e Il Destino – Bencivenga-Bergonzoni-Borges-


Allora, quando c’era tutto il tempo, ci si chiese perché. E siccome c’era tutto il tempo, si provò a rispondere. Ma le risposte non cessavano di interrogarci; così molti si stancarono di cercare. Adesso il tempo è finito. Sono rimaste delle parole. Che forse non hanno più niente da dire.

<Il cordino>

“Quando ero piccolo avevo un grosso problema. Ogni tanto mi faceva male la testa o la gola, e fin qui niente di strano: non era piacevole, ma è una cosa che capita a tutti e, come si dice, mal comune… C’era anche, però, un male che non era affatto comune; anzi ce ne erano molti. Succedeva per esempio che mi facessero male i pantaloni, quando la mamma li metteva in lavatrice e quella specie di ventola che c’è li dentro li sbatteva di qua e di là. Mi faceva male la porta se il vento la chiudeva con un gran fracasso, mi faceva male il gatto se qualcuno gli tirava la coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva su lo zio Pasquale, che pesa più di un quintale e a momenti la sfonda.
A un certo punto la mamma decise di portarmi dal dottore. Era un signore alto e tutto bianco, con degli occhiali così spessi che gli occhi neanche si vedevano. Mi fece sedere e sdraiare, mi tastò davanti e dietro, mi guardò con certi altri occhiali ancora più spessi e finalmente si schiarì la voce e cominciò a spiegare. Tutti quanti, disse, quando veniamo al mondo ci stacchiamo dal resto delle cose. Alcune cose rimangono nostre, come la testa e la gola, e altre cose – la maggior parte delle cose – no. Il gatto e i pantaloni e la sedia, per esempio, non sono nostri; o meglio sono nostri nel senso che ce li possiamo tenere e se un altro li vuole ce li deve chiedere, ma non nel senso che fanno parte di noi come la testa e la gola. Ecco questo è quello che capita a tutti, anzi a quasi tutti. Per motivi che nessuno comprende, ogni tanto nasce un bambino che non si stacca dal resto delle cose. Io ero un bambino così: un cordino invisibile ma molto resistente mi legava al gatto e alla sedia, e anche alla pastasciutta e alla luna. Per farmi diventare come gli altri bisognava tagliare il cordino.
Detto fatto, il dottore prese uno strumento invisibile ma molto resistente (che strumento fosse non lo so, perché non l’ho visto) e tagliò il cordino. Da allora va tutto bene. O forse dovrei dire: non va male. Non mi fanno più male i pantaloni quando la mamma li mette in lavatrice, o il gatto quando qualcuno gli tira la coda, o la porta quando il vento la sbatte con gran fracasso, e tutto sommato non mi dispiace di sentir male solo alla testa e alla gola. C’è qualcosa che mi dispiace però. Prima, quando i pantaloni uscivano dalla lavatrice e la mamma li stendeva al sole, sentivo tutto questo caldo che mi scorreva dentro come una tazza di cioccolata d’inverno. Poi la mamma li ritirava nell’armadio fresco e profumato di lavanda, ed era come addormentarsi nell’erba, sotto un albero, dopo un pranzo all’aperto e tante corse dietro il pallone. Per non parlare di quando il gatto si accoccolava sulla sedia: il suo pelo morbido contro il cuoio liscio e vellutato. O quando la mamma sfogliava un libro e senza accorgersene accarezzava le pagine. Quelle carezze non le sento più da quando se ne è andato il cordino.”
Pagg.29 e 31
Ermanno Bencivenga “La filosofia in trentadue favole” Arnoldo Mondadori Editore Prima Edizione Novembre 1991
Questo libro mi fu regalato per il mio compleanno nel 1992…allora disegnavo di notte…la dedica dice: “Alla persona, che con le sue belle mani, riesce a trattenere il sonno meglio di chiunque altro!”…ecco io il mio cordino c’è l’ho ancora e nessuno strumento invisibile è mai stato tanto resistente da riuscire a tagliarmelo…

<La scimmia dell’inchiostro>

Quest’animale abbonda nelle regioni settentrionali, è lungo quattro o cinque pollici, ed è dotato di un istinto curioso. Ha gli occhi come di cornalina e il pelo d’un nero lustro, serico, morbido come un cuscino. E’ amatissimo dall’inchiostro di Cina: quando uno scrive lui si siede con una mano sull’altra e le gambe incrociate, aspetta che quello abbia finito, e si beve il resto dell’inchiostro. Poi torna a sedersi accoccolato e resta tranquillo.
WANG TA-HAI(1791)
Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero- Manuale di zoologia Fantastica Einaudi 1962

Un genio con il cordoncino

Nonna cara, un saluto, il cordino mi lega a te, ti stringo al cuore