http://www.simonarinaldi-kolonistuga.it/post/86330878944/fili-derba-odorose-infestanti

Provo una soddisfazione liberatoria e curativa allo stesso tempo, nell’estirpare con le mani le infestanti dal giardino….foglia larga e stretta, foglie di magnolia, rametti secchi, segni, dai viaggi delle tortore. Una specie di pellegrinaggio, china a terra, e penso: finiranno queste maledette!? Poi guardo l’estensione del prato e non posso che rendermi conto della pia illusione. Mentre strappo penso di stare togliendo le questioni annose della vita, quelle che poprio non sembrano volersene andare. Tiro più forte e mi rimangono fili in mano, oppure mi sbilancio e cado all’indietro. Allora rido e mi dico: e vabbè, però un po’; ti ho tolto maledetta!;e vedo visi sbiaditi di ricordi amari; poi all’improvviso il leggero fastidio che mi si era stampato sui tratti del viso, (ricordo e beffa), si trasforma in piacere, che mi socchiude gli occhi. Vedo che la mano sporca è pervasa da un profumo di erba dai sentori del sogno…e allora…. Rimango immobile un istante eterno perchè ho appena capito di avere scoperto un tesoro! @kolonistuga

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Cultura Alta e Cultura Bassa (Nazione Indiana)


Cultura alta e bassa
di Marco Rovelli
Di tanto in tanto tornano, in rete, riflessioni e accesissimi dibattiti sul rapporto tra cultura “alta” e “bassa”. E’ il caso del pezzo che Massimo Rizzante ha postato su Nazione Indiana qualche giorno fa, che inizia così: “Vorrei sapere chi è stato a un certo punto della Storia, sul finire del XX secolo, a decretare che “Happy days”, la serie televisiva americana degli anni Settanta, ci abbia formato nella nostra adolescenza più della lettura, a volte faticosa, a volte verticale, dei romanzi di Dostoevskij…”. E alla fine del thread di commenti, Francesca Matteoni chiosava così: “Il problema è la sempre più assoluta incapacità del contemporaneo di vedere il passato, di aprire brecce e fessure nell’esperienza, di sentire le radici. Non si tratta di una gara: cultura popolare contro cultura accademica, ma di ritrovare l’anello che le tiene insieme.” E Simona Carretta poneva l’accetto sull’invenzione formale. Mi sono ricordato di quanto scrissi qualche anno fa in un altro dei lit-blog cardinali, Lipperatura di Loredana Lipperini – a riprova di quanto la rete tenda a tornare sui suoi passi. Potremmo considerare due concetti limite, che hanno a che fare con la forma/sostanza di un’opera: da un parte una cultura ‘alta’, ovvero autocosciente, consapevole di sé: ‘si sa’ in quanto relazione avendo presente la rete di ‘rimandi’ che la costituisce. Riconosce la propria urgenza. Si inserisce attivamente nel reticolo culturale della sua epoca, trasformandolo. E’ uno scarto: lascia intravedere altro. E’ memoria e anticipazione (ha un contenuto di verità che emerge nel tempo). Dall’altra parte una cultura ‘bassa’, che è un oggetto inerte: non dice, ma viene detta – e prodotta unicamente in quanto merce. Non ha parola, gliela si dà. Non è attiva, ma passiva: è un risultato, può compiere ma non trasforma nulla. Non lascia intravedere nulla. Ha ricordi, non memoria. Non anticipa nulla. Ecco, è sulla capacità di anticipare il tempo e produrre il nuovo, che deve continuare a misurarsi la qualità della nostra produzione letteraria. 
(pubblicato su l’Unità, 7/11/2009)
La difficoltà di fare memoria è lo specchio di una crisi qualitativa, Estetica. La memoria come analisi, dettaglio,recupero del passato in termini creativi, attraverso documenti e studio di eventi, rapporto tra storia e presente; quanto ci sappiamo riappropriare del tempo? del dispiegarsi del passato, presente e futuro? Quanto sappiamo domandarci, sulla nostra provenienza?
Il passato necessita di essere re-interpretato, continuamente, per scavalcare il concetto di lettura ideologica dei fatti, per essere ri-animato dalla posizione neutrale nel quale viene segregato; Per me, collezionista cartacea, andare a recuperare documenti storici,( prigioni del “passato”) è come andare a cercare le chiavi delle porte del futuro.