Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino

Manuale per le Istruzioni: Diceria dell’Untore di Gesualdo Bufalino
“La preghiera!”- proruppi. “Il tuo covile caldo, il portone per ripararti quando cambia il vento! Mi ripugna codesto Dio da indossare come una maglia sopra le nostre pleure di cartavelina. A me è sempre piaciuto bagnarmi.”
«William Powell, lui, un losco galante che la sedia elettrica attende alla fine della traversata, e a cui gli sbirri di scorta consentono benevolmente di passeggiare senza manette; Kay Francis, lei spacciata dai medici, che ogni sera indossa una pelliccia più bella. S’incontrano, e ognuno sa della condanna dell’altro, ma finge di non saperlo. E ballano insieme in un grande salone deserto, e si dicono parole sotto la luna… Facili lacrime di ragazzo, altera tenera Kay! Chi avrebbe mai pensato che dovesse mai toccarmi a mia volta, all’ombra degli stessi umidi salici, di danzare una stessa tresca d’amore e di morte, su un motivo di fiacca pianola?».
“O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l’estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi…da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l’impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più rattratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta, avendo per appiglio nient’altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell’imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi ( degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme). […]
[…] “Oppure si finiva nel quartiere del porto, a cercarsene una qualunque, ma di carne, vera. Bisognava pure ogni tanto, era anche il consiglio del Gran Magro. Bastavano già quei pochi scalini a stremarmi, e l’anchilosi del braccio attorno alla vita di lei. Chi riusciva poi a muoversi come si deve, con la magra dote d’ossigeno che mi restava. E allora, ti pago un extra, fa’ tu…Sentivo il suo corpo ricciuto e pieno di nei ingigantirmi addosso, penetravo in lei col suo aiuto, accompagnando con avari sussulti i suoi, misericordiosi ed esatti, finché si sciogliesse in pioggia di fuoco e di miele in fondo al suo ventre la nube cieca che mi gonfiava le tempie. Più tardi, sopra la coperta militare distesa a riparo della dubbia lindura del letto, mentre lei si lavava senza dolcezza in un angolo, e una tardiva goccia di seme mi correva stancamente per l’inguine, mi piaceva giacere ancora un poco, dissanguato e deserto come un ucciso, con gli occhi fissi al soffitto, a decifrarvi, in una screpolatura o salnitro dell’intonaco, le imboscate future della mia sorte.
Al mio ritorno avrei raccontato tutto ai compagni, seduti a mucchio sopra la stessa branda, avrei risposto ridendo alle loro domande da studenti, mentito anche un poco, forse. Avrei detto: […]
“Tema della memoria e del sogno, con confini incerti fra l’una e l’altro: è l’attacco del libro, ed è come premere a caso un bottone nella macchina del ricordo. D’altronde l’ospedale non è solo carcere, clausura monastica, rocca assediata, ma soprattutto luogo di incantesimo: allo stesso modo i malati, oltre che asceti, galeotti, difensori assediati, sono eroi affatturati, fra i quali potrebbe ambulare fraternamente il Sigismondo di Calderon. Il libro comincia con un sogno. E se tutto fosse un sogno? Ogni ricordo, in fondo, è una favola…”
Gesualdo Bufalino “Diceria dell’Untore – Istruzioni per l’uso – Museo D’ombre” ed. C.D.E. 1982
“Certo oscilla fra contrattempi e incastri senza numero il gioc’a tombola della nostra vita. Non si conosce mai chi si vuole, ma chi si deve o chi capita, secondo che una mano sleale ci rimescoli, accozzi o sparigli, disponendo o cassando a suo grado gli appuntamenti sui canovacci dei suoi millenni”

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