Francisco Goya – I Capricci





Composta da 80 tavole (acqueforti e acquetinte) di grande formato, viene realizzata nel 1799. Il termine ’capricci’ indica quei pensieri stravaganti che danno origine a raffigurazioni di fantasia, e che risente di un’influenza italiana (gran parte del 1770 lo passerà a Roma), a sottolineare il continuo interscambio culturale che Goya ebbe con l’Italia.

Realizzati negli anni immediatamente precedenti la pubblicazione, prendono spunto principalmente dalla satira, dal realismo picaresco e dal caricaturismo del Settecento, di cui è superato soltanto apparentemente il moralismo. Il grande tema che li accomuna, infatti, è la critica degli errori e dei vizi umani. Proprio per questo, oltre a quello satirico, essi hanno significato politico: il periodo, infatti, è quello del passaggio dalla Spagna dell’assolutismo e dell’inquisizione a quella, per la verità ancora in cantiere, delle idee liberali e progressiste. Non a caso, le tavole, pubblicizzate all’epoca come “soggetti bizzarri” oppure “di carattere immaginario”, nonostante tutto ciò fecero incorrere il maestro nelle ire dei potenti spagnoli, costringendolo a ritirare gli album.
Il ciclo dei Capricci consta di tre sequenze, che riprendono altrettanti temi caratteristici e caratterizzanti dell’opera di Goya. La prima, dalla 2ª alla 36ª tavola (la prima è dedicata a un autoritratto dell’artista), rappresenta una critica molto amara dei rapporti privati, dei sentimenti personali e dell’umana virtù: ecco così toccare la facilità dell’amore, la frivolezza delle donne in cerca di matrimonio, la cattiva educazione dei bambini, il contrabbando, la stregoneria e altri peccati. 
La seconda, composta da sole sei tavole dalla 37ª alla 42ª, è quella in cui l’artista affronta maggiormente di petto il tema politico: il tutto prende spunto dalla satira dell’operato di Godoy, diventato in pratica dittatore della Spagna col benestare della regina Maria Luisa e rappresentato da un grande asino. Ecco, così, il somaro fare da maestro a colui che sarà un altro somaro, poi osservare un albero genealogico composto interamente da somari e infine essere dipinto da un pittore (e non a caso Goya era stato anche il pittore del re) esattamente come un somaro.




La terza e ultima sequenza, dalla 43ª all’80ª tavola, torna sui temi dell’ignoranza, della superstizione politica e religiosa, di un’arretratezza ancora radicata nel Medioevo che soprattutto la Spagna, in quel periodo, stentava a superare: ecco l’autore ritrarre i tentativi maldestri, le cattive abitudini, la superficialità del suo popolo a quei tempi, camminando sul sottile filo dell’allegoria. Tra gli obiettivi neanche troppo nascosti c’è il clero, che farà una dura battaglia alle sue opere. Nei Capricci si inizia a intravedere quello che sarà il Goya dell’ultimissimo periodo. Pitture in cui, insieme all’allegoria e alla critica dell’esistente, emerge compiutamente l’intento visionario che sarà caratteristica peculiare di Goya, insieme al sapiente utilizzo del chiaroscuro,


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